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lunedì 2 luglio 2018

"Vite di sguincio" di Remo Rapino letto da Marcello Marciani







VITE DI SGUINCIO
di Remo Rapino
Ed.Carabba, Lanciano 2017







    In questo libro convergono molti temi e stilemi che hanno caratterizzato il mondo poetico dell'autore in un buon quarto di secolo di intensa attività letteraria. In esso troviamo infatti l'interrogarsi sul senso dell'esistenza e della Storia; la ricerca di un possibile, o anche impossibile, Altrove; il rischio della sfida; il valore fondamentale dato alla Parola e, con essa,  alla narrazione, che tramuta l’analisi di nuclei individuali in storie di gesta, in miti e saghe; la coesistenza del registro epico e di quello lirico; l'andamento fluente, orale, di molti racconti, e il timbro stringato e asciutto di altri: insomma questo lavoro è una sorta di ventaglio aperto sui vari aspetti, tematici e formali, dell'intera opera di Remo Rapino.
  Ed è un ventaglio ricco di colori a contrasto, frusciante di suoni ed echi diversissimi fra loro, impregnato di vari umori e profumi, perché in ogni sua stecca e striscia c'è una porzione di mondo, visitato sotto l’aspetto geografico, indagato nelle epoche e nelle ragioni  storiche, espresso nelle lingue e nelle parlate d’appartenenza. Si passa così dall’Abruzzo scabro e deserto di Rocca Calascio a quello collinare, prossimo al mare, di una probabile, appena allusa, Lanciano; dalla Sicilia delle zolfatare di inizio novecento alla Sardegna ottocentesca dei primi moti d’autonomia; dalla tragica Fuente Grande di Garcia Lorca alla Rio de Janeiro delle miserie e delle rivalse degli anni sessanta; dalla Stalingrado stretta sotto l’assedio bellico del '43 alla Sarajevo fratricida degli anni novanta, fino al Cile degli anni settanta, fra l’Unità Popolare di Allende e il Colpo di Stato di Pinochet. E, fra le le pieghe dei vari racconti, si inseriscono rimandi alle tante migrazioni dal nostro paese alle Americhe, memorie sulle due guerre mondiali, insieme a citazioni di poesie e canzoni popolari che rendono il fascino e la malìa  d’antàn  delle varie ere. In questa volontà di addentrarsi fra paesi e periodi storici così diversi fra loro c’è non solo la curiosità antropologica dell’autore, che registra con estrema precisione documentale e lessicale vicende e parlate, ma la necessità di portare avanti un’indagine conoscitiva alta, a tutto campo, onnicompensiva, sul ruolo della Letteratura oggi.
     In anni recenti siamo stati invasi da opere narrative minimaliste, centrate su storie private, o meglio privatiste, dove l’intimismo più egocentrico viene espresso in una prosa asettica, articolata in frasi e periodi brevi, con terminologia ridotta e scarsa aggettivazione, modulata sui manuali standard delle scuole di scrittura, spesso operanti anche online. È sorta in tal modo un'intera classe di giovani autori uniformati su tali modelli, che sembrano nati dal nulla, difficilmente distinguibili fra loro eppure supportati anche dall’editoria di richiamo, che vede in questa semplificazione del linguaggio un notevole riscontro di vendite. In tale ambito l’opera di Rapino, così invece "massimalista" per contenuti e forme, potrebbe apparire restauratrice, perché portatrice di valori antichi eppure inossidabili per chi tiene ancora al ruolo conoscitivo, oserei dire salvifico, della Letteratura. E il valore fondamentale è proprio nel senso che l’autore dà alla parola, e nell’uso che ne fa. Ancor prima di essere il narratore fluente ed eclettico che oggi leggiamo, Remo è un poeta. Egli esordisce nel 1993, con la raccolta di versi Dissintonie, a cui ne seguono altre per un buon decennio fino alla pubblicazione nel 2006 del romanzo Un cortile di parole, vincitore del Premio Penne-Mosca. E da poeta, il nostro autore ha sempre saputo che è la parola che fa l’opera, non i sentimenti provati né i fatti narrati. La parola che interpreta a modo suo la vita intera, come nell’esergo di Garcìa Marquez posto in apertura al primo racconto di questo volume: “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”. E l'esergo di Garcia Marquez è una sorta di vessillo ideale sotto cui procede l'intera narrazione. In una pagina molto indicativa al riguardo, si afferma che "non esistono fatti, esistono soltanto le storie, modi infiniti per raccontarle e così cambiarle ancora, per tentare di cambiare la Storia: questa, forse, la sola condivisibile verità". E Cafiero della Torre, uno dei personaggi della sezione dei sognatori, precisa in un altro passo che la vita va raccontata "senza confini fra il falso ed il vero, i voli e le cadute, tutta la vita vissuta, miraggi compresi, nella mente e nel fragile cuore". In questa concezione risiede l'essenza dell'epos, che in greco sta per "parola" e, in senso più ampio, "racconto", riferito e tramandato oralmente, arricchito e trasfigurato dalla fantasia del narrante stesso. Per cui sia il substrato storico che la dimensione politica dei testi, così come  la perizia nella resa geografico-ambientale e nella trascrizione delle varie parlate, pur notevoli di per sé, non avrebbero un valore letterario autonomo se non fossero inglobate in quella sapiente orchestrazione narrativa, e poetica insieme, che fa della parola, lavorata e articolata nelle sue molteplici valenze sonore, emotive e gnoseologiche, l’asse portante dell’intera opera. Può sembrare ovvio ribadire l'importanza della parola, mezzo indispensabile senza il quale non esisterebbe scrittura alcuna, ma in Rapino non c'è solo la piena consapevolezza del mezzo, ma il suo delinearsi come tema fondamentale, metaletterario, ricorrente in tutti i brani del libro, a volte addirittura visto come un fine. È ciò che accade in uno dei testi più affascinanti dell'opera, La terra è blu come un'arancia, che è il primo nucleo germinativo del romanzo Un cortile di parole. In esso il personaggio di Aureliano, nome scelto per omaggiare il Garcia Marquez di Cent'anni di solitudine, da umile manovale a giornata diventa il proprietario-depositario di una biblioteca di 30.000 volumi, raccolti in ogni dove con infinita pazienza e amore per la lettura, perché egli è convinto che "le storie dei libri erano l'unica possibilità di ri-creare il mondo da capo, meglio di una rivoluzione", e ancora, citando un altro frammento: "la parola era il gesto più libero che l'uomo avesse a disposizione per non subire soltanto, per vivere e far vivere ogni possibile alternativa, un'avventura della mente e del cuore". La parola quindi come conoscenza e rivalsa da un mondo ingiusto e meschino, come estrema libertà e affermazione di sé. Molti personaggi infatti hanno la necessità di narrarsi, finanche di parlarsi addosso, “come un vecchio cane da guardia che parla e sparla alla luna”, in un movimento a spirale che, partendo dal pensiero, investe l'intero corpo del narrante e, con esso, la terra d'appartenenza, con le radici dei ricordi e la nebbia dei sogni. Questo autoraccontarsi tuttavia non è uno sfogo solipsistico ma un modo per cercare un senso alla propria esistenza, in rapporto sempre agli incontri fatti, ai lavori intrapresi, alle amicizie, alle speranze e alle illusioni collettive, agli amori vissuti o sognati. Si inseriscono in tal modo, nel film della memoria, frequenti flashbaks attinenti alle vicende della famiglia, o del paese, o della Storia generale in cui la piccola storia dell'individuo viene situata: il racconto così si dilata, attraversato da svariate inserzioni di altri episodi e avvenimenti, diventando un racconto di racconti, acquistando lo spessore e l'ampiezza di un'epopea. Il narratore diventa pertanto un affabulatore, che accavalla in bocca fonemi, termini e frasi per mantenere vivo il ricordo e ritardare il momento della morte, come fa il vecchio nonno attorno al quale, al calore del camino, i nipoti ascoltano incantati intrecci di trame confinanti col mito. E quando tutto il percorso del personaggio principale, narrante o narrato (a seconda se viene usata la prima o la terza persona), viene scandagliato nei minimi dettagli, dalla nascita alla fine, la scrittura si conferma copiosamente orale: ingloba nel discorso frammenti di proverbi, di canzoni, di credenze tramandate, indugia in iterazioni e varianti, per restituire il corso della vita che procede come un largo fiume, pur diramandosi in innumerevoli rivoli. È questa una tecnica che ha origini antiche, dal versificare degli aedi, dall'oratoria dei contastorie, e che si rinnova in epoca moderna in molta narrativa latinoamericana, di cui Remo è caloroso cultore. Essa permette all’autore di addentrarsi nella carne viva dei suoi personaggi, di indagare sulle loro ragioni e pulsioni, di interrogarsi sul senso dei loro percorsi, di restituirne lo sfinimento della solitudine, la felicità dell'amore, l'agonia estenuante del trapasso. Le Vite di sguincio, ordinate nelle tre categorie differite dei balenghi, dei sognatori, e dei quasi eroi, sono in realtà accomunate da un uguale tipo di approccio nei confronti del vivere, che è quello dell'essere autentici, di affermare la propria natura senza infingimenti, di sfidare le convenzioni e la sorte, di tentare l'avventura dell'impossibile, di inseguire i propri sogni senza cedere agli opportunismi e ai tatticismi sociali. Così Mengo, definito balengo perché è un vecchio testardo, incollato in totale solitudine, per ben dodici anni, alla sua Roccacalascio, di cui resta l’unico abitante, è anche un sognatore e un quasi eroe, che rivendica il diritto di restare nella sua terra, di difenderla contro tutti gli ex paesani che sono fuggiti verso massificate città. E Liborio, il muratore rimasto afono e intronato a causa della morte di Togliatti, si strugge per la sua balbuzie e sogna di recuperare la parola, perché sa che è il mezzo elementare per affermare la propria autonomia comunicativa. Così Kurt ed Ante, protagonisti delle vicende più crude e atroci dell'opera, attinenti a due momenti tragici della storia europea, la battaglia di Stalingrado e l’assedio di Sarajevo, non sono soltanto dei quasi eroi, ma dei totali balenghi e sognatori, che sfidano la morte e si immolano per una sonata al pianoforte e una tanica piena d’acqua. Le pagine che raccontano il loro sacrificio sono le uniche in cui viene abbandonato il timbro discorsivo e fluviale, perché qui non c’è una vita intera da narrare ma i pochi minuti che precedono e accompagnano l’esecuzione delle vittime, e la prosa diventa asciuttissima, densa, affilata e ricca di sottotesti come la più tagliente e dolente delle poesie, a dimostrazione della sorprendente capacità di Rapino nel saper adottare stili di scrittura diversi a seconda  della differenti  storie trattate.
    Ciò che accomuna queste figure è in definitiva la loro spiazzante spiritualità, la loro commovente, a volte folle, umanità. Quella che fa dire ad Aureliano che “non amare gli uomini, tutti gli uomini, era come essere morti”, quella che serpeggia e si intrufola nella difformità dei luoghi e delle epoche, nella mappa cosmopolita compattata dalla fantasia e dall’abilità dell’autore, e che gli fa concludere che, a dispetto delle contraddizioni e delle crudeltà della Storia, la vita va vissuta, ascoltata “quasi ogni vita fosse la nostra”, ri-pensandola “come luogo di un universale destino, dolce ed amaro insieme, perciò umano, perciò libero”.



                                                                                                  Marcello Marciani

                                                                                      Lanciano, 3 maggio 2018
  



                                    
  presentazione ex Casa di Conversazione di Lanciano, giovedì 3 maggio 2018













martedì 26 giugno 2018

Il racconto "Via Orientale" di Pina Allegrini letto da Marcello Marciani






Pina Allegrini
VIA ORIENTALE
Edizioni Tabula Fati, Chieti





Dopo i Racconti dell’isola, edito nel 2014 sempre da Tabula Fati, Pina Allegrini prosegue nel suo viaggio narrativo all’interno dell’infanzia, età fondamentale per accostarsi con stupore e grazia alla visione proteiforme della vita. E parlo di “visione proteiforme” non a caso, perché nel libro tutto è visto dagli occhi di una bimba di cinque anni, che osserva e scopre il mondo sottostante dalla finestra posta ad oriente della casa famigliare, e più precisamente dalla finestra di una stanzetta all'ultimo piano, divenuto ripostiglio di provviste cianfrusaglie ricordi e magie, in cui poter appartarsi e fantasticare. La stanza è chiamata “Sia lodato Gesù Cristo”, grazie ad una scritta antica, ancora visibile su di una striscia di carta incollata sopra la porticina di vecchio legno. Dalla suddetta finestra dunque, che l’autrice definisce “trappola incantatoria aperta sul cielo”, sita in un avamposto solitario, staccato dalle stanze inferiori eppure con esse comunicante tramite la scala interna delle necessità e degli affetti, la bimba scruta l’orizzonte dei campi e del mare, fiuta l’aria che cambia, registra il passaggio delle stagioni, si esalta alle feste rituali del San Giovanni, di Ferragosto, Natale Capodanno e Pasqua, ascolta il cicaleccio delle comari, si stupisce alla installazione di un Circo Equestre, studia insomma tutto il visibile e l’udibile prima di scendere dabbasso e partecipare ai tanti avvenimenti della famiglia e del quartiere.
L'approccio narrativo è quindi simile a quello del precedente libro di Pina, appunto Racconti dell'isola, ma la modalità è diversa, perché mentre nei Racconti l'occhio della scrittrice quasi si soprapponeva a quello del bimbo Felicino, in un processo di identificazione infantile anche a livello linguistico, qui è la memoria adulta che fa rivivere un anno intero di vita della bimba protagonista, con tutta la consapevolezza e l'abilità lessicale e strutturale che ne consegue. E a livello di struttura quest’opera, pur se si svolge in trentuno capitoli e un epilogo, si rivela come un ininterrotto racconto circolare, dove l'ultimo termine del capitolo precedente viene rilanciato all'inizio di quello seguente, e dove il primo e l'ultimo capitolo ripetono la stessa frase d'attacco, in quanto l'arco dell'anno è compiuto e si torna alla stagione di partenza. In tale geometria compositiva i trentuno capitoli costituiscono i vari tempi o movimenti di un'unica partitura, perché la scelta delle parole e delle loro connessioni è soprattutto di tipo sonoro, musicale, com'è giusto che sia in un'autrice che ha dedicato una vita alla pratica e allo studio della Poesia. Infatti la prosa di Pina è fortemente espressiva, combinatoria, lirica, attenta alle più sottili sfumature dei vocaboli e dei verbi, al gioco delle onomatopee, ai rimandi allitterativi, ma non si perde mai in astrazioni, anzi è precisa nel rendere con estrema nitidezza anche i minimi dettagli degli ambienti, siano essi interni casalinghi o paesaggi, nel registrare i colori i rumori e le usanze di un'epoca quasi con lo scrupolo di un antropologo. Eppure la narrazione viene di continuo attraversata da un brivido metafisico, avvolta in un'aura di rarefazione che conferisce al dato reale un riflesso mitologico. Per cui credo sia appropriato apparentare questa scrittura al “realismo magico”, inteso non come filone storico teorizzato nel 1925 da Franz Roth ma come un elemento di stile ricorrente che attraversa le arti in più epoche, dalla pittura alla letteratura al cinema, non solo nel Novecento. Secondo la studiosa Marina Vagnini:
“ L'intento principale di questa corrente artistico-letteraria è appunto la descrizione meticolosa, precisa della realtà, che non tralascia alcun dettaglio, ma consegue un effetto di straniamento attraverso l'uso di elementi magici (a volte anche uno solo) che sono descritti altrettanto realisticamente. (...) Alcuni critici non considerano il Realismo Magico come una corrente vera e propria, quanto come una sottocategoria del Postmodernismo; altri lo considerano come un prolungamento in campo letterario del Surrealismo ed altri ancora come accomunabile ai romanzi fantasy. Ma c’è da dire innanzitutto che, a differenza dei surrealisti, i realisti magici non cercano di esprimere ciò che è oltre, superiore al reale, ma descrivono il mondo reale stesso come dotato di meravigliosi aspetti inerenti ad esso.”*
Ed è ciò che accade nella scrittura di Pina, nell'educazione sentimentale e affettiva della bimba che era, visitata da presenze reali, a volte estremamente modeste ed umili, che diventano emblemi, icone di una dimensione altra, di una proiezione sorprendente dell'anima. Fra queste c'è “l'omino della pioggia”, che ripara ombrelli di casa in casa arrivando su “una bicicletta squadrellata” su cui si esibisce “una danza di cetonie” che si snoda “da una serie di fili legati al manubrio”, somigliando così “ad una strana tartaruga semovente, ad un mostro mitologico”. E c'è “il poverello di Palena” che sfida il gelo e la neve e bussa alla porta della nonna per rifocillarsi e sparire poi nel bianco ovattato di un onirico inverno; c'è il ragazzo di nome Perduto, sonnambulo stranito che si aggira per i campi e dona alla bimba lo “spolverio verderame” di una lucciola, che lui chiama “la polvere delle stelle”; ci sono le figure rassicuranti dei nonni, non solo depositari di un’antica saggezza ma divulgatori di credenze popolari, favole di continuo variate, pronostici vaticini e rituali magici che diventano viatici per affrontare il futuro. A tal proposito una delle pagine più intense e commoventi del libro è quella in cui il nonno, per consolare la nipote di un torto subìto nella sera di San Silvestro, le deterge le lacrime col suo fazzoletto per poi fargliele seppellire nella terra, che le succhierà e le trasformerà in linfa benefica per le sue radici. In tal modo la terra muterà il volto al dispiacere e l’anno nuovo che si approssima, liberato dalle lacrime dell’anno passato, arriverà fresco e augurante.
In questa pagina, come in altri passi del racconto in cui il tema educativo è più presente, più evidente la valenza etica del progressivo crescere e accostarsi alle difficoltà dell’esistenza, si svela la dolcezza e insieme tutto lo struggimento dell’autrice per un mondo di valori irrimediabilmente perduto. E questa volontà di rinarrare la storia per cercare nel passato ciò che manca nel presente è un altro elemento che accomuna la scrittura di Pina a quella di illustri realisti magici di area latinoamericana come Garcia Marquez o Isabel Allende. Come avviene in loro, nel microcosmo di Pina bambina la demarcazione fra vivi e morti non è poi così nitida, il tempo segue un itinerario circolare, l’eredità affettiva dei nonni continuerà e si fisserà per sempre nella scrittura, poiché , insieme ad essa, è solo la rielaborazione fantastica che permetterà di comprendere e assimilare il passato e porsi con spirito critico di fronte al presente. Questa operazione di recupero e reinvenzione del ricordo non è soltanto mentale bensì anche sensoriale, corporea. Per ammissione stessa dell’autrice “le cose non avevano un nome ma un odore, un sapore, un calore, un tepore”, addirittura vengono catalogate e inventariate, nelle prime pagine, secondo le forme, gli odori, i suoni, in una sorta di voluttà sensuosa che fa percepire a tutto tondo l’esperienza vitale. Ci sono passi in cui il cromatismo di certi particolari è talmente fulgido che sembra di ammirare le distese campiture di un Casorati o di un Donghi, artisti di punta del Realismo Magico novecentesco, in altri l’avvicendarsi dei rumori e delle voci - gli schiamazzi dei ragazzi che si rincorrono lungo la Frana, il canto barbarico delle processioni, lo scricchiolio di piatti e bicchieri infranti, il frinire assillante delle cicale, il chiacchiericcio pettegolo della comari – si addensa in uno sfaccettato concerto della memoria in cui anche l’uso del dialetto è funzionale alla dettagliata, quasi etnografica ricostruzione di una comunità e di un territorio, senza mai cedere al bozzetto paesano, al compiacimento folkloristico. Perché un dato è certo: attraverso l’autoritratto da cucciola e il dipanarsi di un anno della sua educazione sentimentale, Pina parte dal microcosmo del suo paese, quel Castelnuovo o Castannove nominato di sfuggita due volte soltanto ma del tutto riconoscibile dagli scorci urbani e paesaggistici, per farne un riflesso del mondo intero. Perché le storie sono come le parole: bisogna sapere sempre da dove provengono. E i posti e i paesi, anche i più reconditi e meno frequentati, dai quali tanti scrittori sono partiti per scoprire le radici della loro vocazione, ripensandole in un incessante lavorìo conoscitivo e creativo, diventano – attraverso l’orchestrazione e la fascinazione delle parole stesse - luoghi universali del Mito e dell’Anima.


Marcello Marciani


(questo testo è stato ascoltato domenica 24 maggio 2018 durante la presentazione del libro presso il Teatro Comunale Di Loreto- Liberati di Castelfrentano)


*Marina Vagnini, Il Realismo Magico tra Salman Rushdie, Isabel Allende e Gabriel Garcia Marquez.







lunedì 21 marzo 2016

Marcello Marciani


Marcello Marciani, nato e residente a Lanciano (Chieti), ha pubblicato: Silenzio e frenesia (Quaderni di “Rivista Abruzzese”, Lanciano 1974), L'aria al confino (Messapo, Siena-Roma 1983), Body movements, con traduzione inglese a fronte di Amelia Rosselli (Gradiva Publications, Stony Brook-New York 1988), Caccia alla lepre (Moby DicK, Faenza 1995), Per sensi e tempi (Book, Castelmaggiore 2003), Nel mare della stanza (LietoColle, Faloppio 2006), La corona dei mesi (LietoColle Faloppio 2012), Rasulanne (Cofine, Roma 2012). Suoi testi in dialetto frentano sono stati eseguiti negli spettacoli Mar'addó' (1998-1999) e Rasulanne (2008/ 2012), dove ha partecipato anche come attore. Dal 1988 al 2008 è stato segretario-organizzatore del Premo Nazionale di Poesia in Dialetto “Lanciano-Mario Sansone”. Ha ricevuto diversi premi, fra cui: Gabicce Mare, Matacotta, Nelle terre dei Pallavicino, Noventa. Pascutto, Pandolfo, Penne, Ischitella. È presente in riviste e antologie italiane e statunitensi con componimenti in italiano e in dialetto.  



     NOVEMBRE


     Cantano sventolando ai tetti i loro incerti futuri
     implorano ascolto e diritti da un parlamento di muli
     i ragazzi che sciamano su tegole piazze e striscioni
     senz'altra tinta e ragione di una gialla esasperazione
     che spacca a tratti la nebbia di questo impapparsi di leggi
     qua nel più cronico novembre che li accerchia e li taglieggia. 


     Che orgia di fiori e cartelle dona alle tombe novembre
     che sballo di voci e rimorsi affolla le ossa dei morti...
     è forse memoria in festa lo scrollo dal banco dei vivi
     forse è conforto quel resto dei gesti loro in noi passivi
     attori appesi ad un palco che inverte battute e rapporti...
     che forgia di foto e volti concorda più epoche e l'ombra.


     Il re vacilla eppur sbraita, i suoi vassalli lo cullano
     lo issano su una seggetta tutta di dita intrecciate.
     Si vota trippa per gatti al prossimo fiducionale
     si lustrano ottoni e complotti per il galà nazionale.
     Stende decenze novembre: scintilla in monnezze invetrate
     vende per nebbia il fumogeno, per stretta emergenza il suo nulla.



    (da La corona dei mesi, LietoColle, Faloppio, 2012)


DICEMBRE


Solo ieri è nato Īsā ma lo culla quel battello*
che lo esporta in rive d'Africa dove il mare dà farfalle.

Nato pur se non esiste per il foglio d'ordinanza
che i suoi babbo e mamma imballa sotto l'arco d'espellenza.

Tenerezza non sussiste per quel fantoccello moro
indecente tanfoloso sopra un seno che spaura.

Ha per occhi moregelse per bocchella un melograno
e sul vento del mar mezzo il suo viso fa altalena.

Fa tesselle d'antenati sfiora oasi e privazioni
la ventata delle ere sul suo viso allampa fiori.

La memoria sta nel latte che lui sugge a mozzafiato
quanta storia sta nel naso che s'incaccola al vagito.

Dove siete bravagente pare dica il suo rigurgito
che Natale vi ingollate mentre la mia terra insorge.

Se Natale è quella fiaba sopra un bimbo in paglia e muschio
il mio splende in questo gabbio lungo un mare che mi tresca.

Non sapete che il mio nome vuole dir per noi Signore
non capite che ogni nascita è un avvento e una pastura.





* Īsa è una delle versioni arabe del nome Gesù

(da La corona dei mesi, LietoColle, Faloppio 2012)
                                                                    




 FELICINO


Tradotta navetta settebello freccia
rossa ronzano in testa i treni che ho perso
da bardascione un po' scilito coi lecci
della costa ad ombreggiarmi amori avversi
coi vachi del rosario imbrigliati in treccia
tosta per flagellarmi quelle riverse
chiappe seminariste nel chiuso androne
di un semenzaio che smaniava in pulsioni.   

Padre Giustino padre Oreste e Dante
l'addetto al giardino e alle mie polluzioni
spicciate a tanfo di ascelle e diserbante
Pater Noster pappardellati in fiatoni
di chierici afasici o febbricitanti
e mio padre in acquavelva e linde azioni
che alle pie feste impicciottava saltuario
sbertucciando le piaghe del mio calvario. 

Prevetucce prevetèlle Felicino 
mi appellavano al paese nel breviario
dei ritorni presagendomi un destino:
nel diminutivo è tutto il mio scenario
di tragedie irrise in farse e cavatine
trillate svelte sul velo del sudario:
in minore sfumano toni e contorni
gli sbandori d'anima son capostorni.

Ho un setoso viso ad O d'arcaico putto.
Più che un viso è un piatto di sedati scorni
o meglio uno stemma di rimpianti asciutti.
Ai fedeli balbetto il fiato dei giorni
fra grazia e pena sniffate in usufrutto
da uno straccato Dio in ferie che ci storna.
Oh non dovrebbe un prete così parlare
se no mi si smorzano i ceri all'altare.


  
Domine obliviōse abscondite in coelo
Pater perterrite a meo disonorare
votum exsolvis in toto, sgarrami il velo
pietatis simulatae a meo svagare.
Ho un'anima parvula stretta nel telo
frustro d'una chiesascianna, fammi andare
de retro, a treni persi a navette a trecce
rosse d'un amore avverso...  oddio sì sfrecciami.


  
 (apparso su “GRADIVA- International Journal of Italian Poetry “, n.48, 30/10/2015)                                          
                              

 TESTIMONIANZE SU UN APPROCCIO NOTTURNO


1
Va già a catafascio il mondo è cosa nota
ma vederli là per terra come bestie
assatanate che si sgarrano a morsi
manco nell'horror della più sozza specie...
oddio questa città oramai sta in guerra
faccio bene a rimboccarmi nella tana
alla mia età che ci vuole a farmi secca
a scaricarmi quegli incubi la notte.

2
Stavo rincasando tardi l'altra notte
quando ho avvertito un sibilo sì una nota
lunga strusciata alla fontanella secca:
si leccavano come mansuete bestie
per condividere un incavo una tana
si stringevano giocando in lievi morsi
teneri a vedersi fuori dalla guerra
fra bande che sta sterminando la specie.

3
Sarà che è stramba e avariata questa specie
o è carica di torpori la mia notte
ma non so se era un incubo di guerra
o un crollo d'amore avverso quella nota
fonda, cullata in sibemolle di morsi:
due figure riemergevano alla secca
di un mare che li scacciava dalla tana
li trascicava uncinati come bestie.

4
Che più umano c'è che ritornare bestie
assaporar la ruspanza della specie:
squittisco in trance come topo nella tana
di un pensiero che mi rosica la notte...
l’amor non consumato è robiola secca
se in te t'avvolgi la fame attacca guerra...
dal mare arrivano zattere di morsi
per terra il fischio dei morti non si nota.

5
È nota l’avvedutezza delle bestie
quando con morsi difendono la specie
se fanno guerra stanno guardinghe in tana
prima di fare secca l’ultima notte.



(apparso su “BREVIARIO POETICO - Yale University – Centro Studi Sara Valesio -
n.15, dicembre 2015)




LA SPINAVENTÓSE *

                                                        Corre, corre, con la fame al ventre per motore 
                                                                                                            (Simone Weil)
                                                                                                              
'N tenghe sise 'n tenghe panze
'n tenghe n'ónte che me cole,
so' sardèlle so' lu truzze
de na melélle che vole,
so' la spina lešte e póngeche
šti madonne de la ggente,
so' na cocce ch'arevólle
nu pensére... che me 'nchióve.

‘N tenghe sanghe de lu mese
'n tenghe cule che fa mosse,
so' na citele che sfrìje
pelle e usse e ce fa pasque,
so' la lengue che s'allonghe
'mbusse e sicche e l'abberrùte
l'albaggìje di chištu monne
che cchiù è ciacce cchiù se 'nfógne.

'N tenghe a dice ca è lu monne
che me fa' sfilà' la fame
ma è na fame d'atru monne
che me fa accuscì: sciocale!*
È na mbolle nu varlése
che me coje 'n colle e štrille
a gne quanne fusse sale
sta vulìje che s'arizzìlle.

'N tenghe tempe: mo' so' vecchie?
‘N tenghe senne: so' quatrale?
‘N tenghe mamme: s'è štuccate
chela fune che scannave?

L'hann'assùtte o s'è 'nfrattate
pe' li sunne n'atru pozze?
'N tenghe vaςe: s'è seccate
la giunchìje de chela vocche?

'N tenghe sonne: nu pensére
me se 'nchiove e me fa notte:
i' mo’ campe o me so' morte?
Aah lu ceppe che se trézzeche
nche lu vente a la marine
campe d'arie e de perfume...
So' ssu ciùffele de ceppe
so' na fodere de lune.


LA SPINAVENTOSA
Non ho seni non ho pancia/ non ho un(a) (goccia di) unto che mi cola,/ son sardella sono il torsolo/ di una meletta che vola,/ son la spina lesta e pungo/ queste madonne della gente,/ sono una testa che ribolle/ un pensiero...  che mi inchioda.//  Non ho sangue del mese/ non ho culo che fa mosse,/ sono una bimba che frigge/ pelle e ossa e ci fa pasqua,/ son la lingua che si allunga/ bagnata e magra e l’avvolge/ la superbia di questo mondo/ che più è grasso più si infogna.// Non sto a dire che è il mondo/ che mi fa sfilar la fame/ ma è una fame d'altro mondo/ che mi fa così: speciale!/ È una bolla un garrese/ che mi incoglie addosso e strilla/ come quando fosse sale/ questa voglia che si ribella.// Non ho tempo: ora son vecchia?/ Non ho senno: son ragazzina?/ Non ho mamma: si è spezzata/ quella fune che scannava?/ L'hanno asciugato o si è infrattato/ per i sogni un altro pozzo?/ Non ho baci: si è seccata/ la giunchiglia di quella bocca?// Non ho sonno: un pensiero/ mi si inchioda e mi fa notte:/ io ora campo o sono morta?/ Aah il ceppo che si dondola/ con il vento alla marina/ campa d'aria e di profumi.../ Son codesto fischio di ceppo/ sono una fodera di luna.


*La spinaventóse indica la pianta del rovo e, per traslato e secondo un’accezione arcaica, una donna magra e ispida come una spina trasportata dal vento. In una dimensione attuale può alludere all’aspetto dell’anoressica e al suo “correre” nel vento, come suggerisce l’esergo. 

Sciocale è un termine gergale degli anni '60, che sta per “toco”, “figo”; in traduzione
diventa “speciale” per ragioni di rimandi sonori

(da RASULANNE, Cofine, Roma 2012)



LA NINNILLE (1)


Anema longhe, sbalanzate, cotte.
Purtegalle spartite a lésche e vocche.
Nu frécchiàle 'ncarnite è mo' štu gnòcchele.
Na portapïe di sanghe fa šta róse.

Tengh'a scuntà' la raje de li rattuse
che 'n-ce-arrìvene a 'ccìdele lu scorne
di šta varve che tòzzele ogne jorne
a šta zurle di sise che m'appìzzene.

Tengh'a pulì' na renecélla mé
che nisciune le pó' magnà' cchiù doce
pecché nisciune pó' sapé' la croce
che me tire, e scarpuréje, la pelle.

Ninnì vì' ecche! - facé' 'ntrà' 'Deline
la fattucchiare abball'a na desótte
di 'ncinse sfastugnate e ciacciarutte -
Vì' ca mo' t'arecàpe la pianéte!

Tu sî nu sgarbe sî na vernacòchele
nu pence štorte – mi dicé' – nu tòzzeche
pe' 'ntruvedà' la cocce scì na rizze
pe' 'bberrutà' mascule e femmene... ma

'nte penà', ca lu monne è maccarone:
prime va a 'bbettemà', dapó ti cerche
gne lu nocce adumbrose de na cerche.
Sî nu sonne de zucchere, de vrénne (2).

Nu scacchiate ere allore, ma lu mèrche
fattucchiare m'ha 'bbuttate a vetólle
m'ha sarchïate pe' ffa' scì Ninnille:
scherebbizze cilline e nuvelógne.

Facé' du' mazzecarìlle de pèrżeche
šte guancetèlle, spannè' foche e frescure
šta vocche che sucave la pavùre.
Chi me se svaçiucchié' vevé' nu chiove.

Veve la jeléne de nu tempe nove
che 'n-se fa specie se nu vaçe è 'mpise (3),
se 'nchiomme e va pe' sette paradise
ammeštecate a semule e cecagne.

Ma n'è ppe' tutte šti finezza mî.
La gnurantizie de lu monne è vrétte
e iér'a nnotte m'aje truvate 'm pette
séie calavùrze(4 ) nche la rużże all'ucchie.

Nche nu mumènte m'hann'apert'e cotte.
Uuuh i' 'nce števe cchiù, ere nu quarte
de vetelle smacenate, na carta
pecure pe' farse 'ncincianì'...

Anema scite, e longhe, addónna vî?
Pecché ne' le sbalènze mo' ssa croce
che ti štucche ti scarpuréje la voce?
Pecchè 'n-ce pruve a dirme de campà'?



                                                         

 LA NINNILLA
Anima tarda, scaraventata, cotta./ Arancio spartito a fette e bocche./ Un chiavistello incarnito è ora questo gnocco./ Una portapia di sangue fa questa rosa.// Sto scontando la rabbia degli allupati/ che non arrivano a ucciderlo lo scorno/ di questa barba che bussa ogni giorno/ a questa frenesia di tette che mi entrano.// Sto sbucciando un piccolo fico mio/ che nessuno può mangiarlo più dolce/ perché nessuno può sapere la croce/ che mi tira, e strappa, la pelle.// Piccino vieni qua! - faceva entrare (A)delina/ la fattucchiera giù in basso a un fondo/ di incensi nauseanti e ciarpame rotto -/ Vieni ché ora ti sbroglio il destino!// Tu sei uno sgarbo sei un'albicocca/ una tegola storta mi diceva - un veleno/ per intorbidire la testa sì una rete/ per avvolgere maschio e femmina... ma// non penarti, ché il mondo è tontolone:/ prima va a brontolare, poi ti cerca/ come il nocchio inquietante di una
quercia./ Sei un sogno di zucchero, di lentiggini.// Un ragazzetto ero allora, ma il marchio/ fattucchiero mi ha gonfiato a bolle/ mi ha sarchiato per far uscire Ninnilla:/ sghiribizzo vivace e annuvolato.// Facevano due mazzolini di pesche spiccaci/ queste guancette, spandeva fuoco e frescura/ questa bocca che succhiava la paura./ Chi mi sbaciucchiava beveva una sbornia.// Beve la brina di un mondo nuovo/ che non si stupisce se un bacio è bandito,/ si tracanna e va per sette paradisi/ mescolati a semole e sonnolenze.// Ma non sono per tutti queste finezze mie./ L'ignoranza del mondo è lurida/ e ieri notte mi son trovata di fronte/ sei delinquenti con la ruggine agli occhi.// In un momento mi hanno aperta e cotta./ Uuuh io non c'ero più, ero un quarto/ di vitello macinato, una carta/ pecora per farsi brancicare...// Anima uscita, e tarda, dove vai?/ Perché non la scaraventi ora questa croce/ che ti spezza ti strappa la voce?/ Perché non ci provi a dirmi di vivere?



     
      (1) Ninnille non è solo il bambino (o la bambina) ma pure il furbacchione matricolato;     
      (2) vrénne sta alla lettera per crusca, lenticchia, da cui “lentiggini”;
      (3)'mpise è propriamente l'appeso, l'impiccato e, in senso figurato, il “bandito”;
(4)  calavurze:calaborse”, borsaioli, quindi “delinquenti”.


(da RASULANNE, Cofine, Roma 2012)