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mercoledì 9 maggio 2018

Lucianna Argentino : Sei poesie da "Le stanze inquiete" (La Vita Felice, 2016)






                   (quasi una prefazione)


Non è facile scrivere poesie. E’ facile semmai dirsi poeti se sia poesia vera poi chi lo sa che già dire cos’è poesia non è questione da poco. Eppure mi appassiona la vita e lascio che le cose mi rovistino lo sguardo e l’anima anche in questo bar di periferia dove assieme al caffè bevo le parole di un poeta morto in un gulag vicino Vladivostok quasi cinque lustri prima che io nascessi che tutto questo fosse che ormai di anni da quella data incerta ne sono passati quasi settanta ma ancora mi parla ancora mi dice sopra il vocio del bar sopra il vocio del mondo. Ma cosa avremo noi da dire a coloro che verranno se è già difficile intendersi parlando figuriamoci poi dirlo in poesia come tento io che non sono laureata e non insegno ma imparo imparo molto anche se di noi mi passa davanti quanto finisce nelle fogne ma pure tanti occhi tante storie perché magari ecco so ascoltare d’altra parte se non sapessi ascoltare che poeta sarei? Eppure temo che tutto in noi passi e scorra via ma devo credere che qualcosa resti e si fermi e sia seme ma poi mi dico pure che credevo che il dolore rendesse migliori e invece no perché il dolore a volte sta tra noi e il mondo come uno scudo e non come un abbraccio. Né credo che la poesia deve tirare giù dio perché dio ce l’ha già dentro semmai deve tirare su gli uomini sollevargli il mento e alitargli nelle narici parole ancora calde di vita fragranti di verità che poesia certo non è solo un fatto di metrica e la libertà del verso è condizionata perché non basta andare a capo. A capo di che poi se siamo in un tempo senza capo né coda a capo di me stessa almeno anche se ho una biografia stanziale ma fitta fitta di anime e di corpi e dunque nomade nell’essenza e allora scrivo. Scrivo perché poesia è la casa e la strada che ad essa mi conduce.


(settembre ottobre 2005)
Lucianna Argentino


        


 ***



Sto qui senza vocazione, ma ogni giorno rispondo,
ogni giorno, pellegrina dell’umano, vado di volto in volto,
piegata al sì dagli occhi e quando l’anima stanca
cede al disamore li faccio tornare bambini,
li riconsegno all’infanzia o a Dio,
così mi stanno dentro per amore e non per dovere.


***


Ha un senso vivere e lavorare
se una bambina mi guarda a lungo
e poi mi dice sei bella
e alla sua voce io di lei mi accorgo
e del suo sguardo fermo su me assente
e sanata risalgo al mio presente.
E le sorrido pure se so che non è bello
il mio viso stanco, annoiato
e a disagio per il mio scoperto esilio
per quell’asilo in me la benedico,
per i suoi occhi patria al mio foglio là in apnea
e all’inchiostro calmo che spero sia tempesta.


***


Pina un metro e cinquanta di acciacchi
mi dà monete dal calore buono
e un po’ rassegnato come il suo sguardo
velato di pianto nel raccontarmi che il marito,
malato da tempo, l’ha svegliata in piena notte
e le ha detto Pina, Alberto se ne va…
E se ne è andato, come ce ne andiamo tutti,
già distanti gli uni dagli altri per certi invalicabili silenzi.


***


Franca mi confida che il figlio ha dei problemi.
E’ timido, chiarisce e candidamente aggiunge
ma mica c’è nato sai, c’è diventato,
a voler dire che lei l’ha fatto sano 
e poi chissà  cosa l’ha guastato.
Ma forse è il nascere a guastarci,
quel giungere  - da dove? - quell’essere in fieri,
che fa di noi dei diventati.


***


Maria è buona. Maria ha la saggia semplicità delle prede.
E' umile Maria e cammina lungo una strada
già tracciata perché s'è gettata indietro,
perché abita una solitudine nubile
ma sa che non è per quella che è nata.
E si chiede per cosa allora,
per quale chiamata se erroneamente nella sua bocca
la dittatura del silenzio si fa preziosa colatura.


***


E in ultimo ci sono io,
esercitata al bene e alla pazienza,
io con la mia vita stretta stretta,
con i miei tanti nomi,
io che osservo assediata
da centinaia d’occhi,
che nella speranza allevo parole;
io con i miei pensieri frantumati,
mandati a capo come una cattiva poesia.
Qui ogni minuto che scorre ha un volto diverso,
una diversa cifra, grani di un immenso rosario:
ognuno con la sua muta preghiera
o la sua muta bestemmia,
che poi è lo stesso se crediamo
ci sia un dio ad ascoltare.












martedì 27 marzo 2018

Lucianna Argentino: Cinque inediti da "In canto a te"







Abbiamo attraversato la notte in ginocchio
perché la misericordia divina
ci trovasse preparati per un nuovo impasto
e un respiro più prudente e giusto
ci fosse alitato nelle narici.
Officianti il sacramento
di quelli cancellati dalle mappe 
ma ai quali è affidato il compito
di testimoniare la grazia
- quelli a cui molto sarà perdonato
perché molto hanno amato.


***



La carità delle sue mani
quando ho fame
e sfamano il mio desiderio;
quando ho sete
e dissetano la mia arsura;
quando sono straniera
e mi accolgono nella loro terra calda;
quando sono nuda
e mi vestono della loro nudità;
quando sono malata
e curano il mio male nutrendomene;
quando sono prigioniera
e visitano la mia cella con passi impazienti.
La carità delle sue mani
infine assopite nel nostro segreto vegliare.


***



Vi confido che tra gli occhi di lui
e i miei c'è l'attesa intorpidita e dolorante,
il coraggio del respiro, il formicolio dello sguardo
a lungo immobile davanti alla pagina
nel cui nome separo
le acque di sopra dalle acque di sotto.
Creo terra con frutti in abbondanza,
d’obbedienza sazio gli angeli
in lode di lui che mi rammenda gli strappi,
fa l'orlo ai miei abiti.


***


Strega folle brucio sul rogo del suo corpo,
sfavillo felice sotto il crepitio delle sue mani
ardo di sapienza verticale
nella combustione dell'abbraccio esotermico
- lui il legno io la pietra focaia.
Danzo il sabba senza giudizio
attorno al fuoco mistico del noi veggente
l'estasi terrena - io e lui complici
nell'infinita scienza della carne.


***



Pensami vicina
come un sentiero
sciolto dalla meta
buono per i lombrichi e le api
e per i passi di angeli
senza annunci.
Ora che sono per te
colei che moltiplica
e ho l’andamento
dei verbi all’infinito.




giovedì 1 marzo 2018

"L'ospite indocile" di Lucianna Argentino, letto da Grazia Di Lisio





“L’ospite indocile” 
Passigli 2012





Luce bruna




Lucianna Argentino denuncia un poetare ‘riflessivo’, una presa di coscienza (un “farsi segno”) della sua dinamica interiore tra eventi di natura, oggetti, accadimenti. Sulla scia cristofanica di Panikkar, l’autrice riflette sull’uomo in “un mondo in calo”, chiusa in un’isola-asola, forse l’unico vero “spazio d’abbraccio”, in cui si affida alla parola, accovacciata, “da dentro questa fonte mai sazia”, per descrivere frammenti del vivere con linguaggio incisivo, come “aratro sulla carne”. Persa tra relitti d’esistenza, (“le parole non dicono il silenzio, è il silenzio che le fa parlare” - Panikkar), l’autrice somma “le storie inconcluse”, i ricordi, gli anni vissuti sulla “capocchia di uno spillo”, il disamore velato da una “luce bruna”, affilando la parola per scuotere le coscienze “non è che l’ombra del silenzio / questa parola che irrompe’ … /. 
La sua scrittura tagliente rivela un vissuto oscillante tra riflessioni d’amaro e sprazzi epifanici (il vociare del vento, il verde dei prati), come gli anemoni improvvisi del poeta del silenzio, T. Tranströmer. Di qui la poesia ossimorica “non so quale felicità avremmo vissuto /, o quale guancia avremmo offerto all’offesa / se felicità c’è stata, se c’è stata offesa”, l’ispida aggettivazione, le paronomasie, le ripetizioni e i campi semantici (il silenzio e l’umano), con cui, talvolta, l’autrice esplode in una rabbia sommessa e bonaria ironia. Fanno eco al risentimento, vaghe rimembranze delle altalene dell’infanzia, gli affetti più cari che stemperano un po’ d’amaro. 
"Fuku wa uchi, oni wa soto" - recita un detto giapponese – (Tieni la fortuna dentro casa e scaccia la cattiva sorte), ma la poetessa non cede al vuoto che la circonda, lo colma di amore e di speranza.
                                                                                                                                                                                        
Grazia Di Lisio 


     


Gli abbracci vuoti, da braccia nude,
senza niente in mezzo.
Solo abbraccio.
Solo contrarsi di muscoli e tendini,
solo flettersi della pelle
sulla pelle di ciò che è carnale e basta,
in comunione con l’attimo del concepimento.
Vita sottratta alla morte – questo è nelle parole,
aratro sulla carne a scavare solchi complici
del potenziale elettrico del cuore.


*


Non è che l’ombra del silenzio
questa parola che irrompe
e sgorga necessaria come tutto il bene
che in questo momento è compiuto
nel basso della terra
e si misura ad altezza d’uomo.


*


Qui stanno gli anni, le storie inconcluse,
gli sguardi senza più coraggio,
le assenze dentro i sogni
o le troppe presenze ancora
ancora senza degna sepoltura. Per questo
sarebbe meglio cambiare il pensiero
ora che è cambiato il millennio
e il silenzio si è fatto fitto
e le parole avvizziscono
così che si diradi questa luce bruna
e la paura sorrida di sé
e sollevi il capo del risentimento.


*


Rientrano nel chiostro serale le nubi,
infilano la cruna dei campanili
tessono l’attesa, la disciplina dello sguardo
posato su un mondo in calo
sciupato ed esangue
per la cui salute mordo la carne di Dio
e mi lascio mordere
perché ogni attimo possa dire
l’eterno che contiene senza morirne.











giovedì 22 febbraio 2018

Lucianna Argentino




Lucianna Argentino è nata e vive a Roma. Dai primi anni novanta il suo amore per la poesia l’ha portata a occuparsene attivamente come organizzatrice di rassegne, di presentazioni di libri e con collaborazioni a diverse riviste del settore. Sue poesie sono presenti in molte antologie tra le quali “Poesia’ 90″ (Il Ventaglio), “Incontro di poesia” (Rebellato, 1992), “Poesia degli anni novanta” (Poiesis), “Poeti senza cielo, vol. 2°” (Il Melograno) e in riviste quali “Poiesis”, “Origini”, “Gradiva”, “La Mosca”, “Italian Poetry Review”, “Il Monte Analogo”, “The world poets quarterly”, “L'ustione della poesia” (ed. Lietocolle 2010), “La Clessidra”, “NoiDonne”, “Capoverso”, “Il Fiacre n.9”, “Arenaria”. E’ presente in diversi blog di poesia, come “Lapoesiaelospirito”, “Imperfetta Ellisse”, “liberinversi”, “Isola Nera”, “Furioso Bene”, “Blanc de ta nuque” “Amigos de la urraka”, “La dimora del tempo sospeso”, “Nazione Indiana”, “Le vie “poetiche”, “Rai News24”, “Moltinpoesia”. 
Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: “Gli argini del tempo” (ed. Totem, 1991), “Biografia a margine” (Fermenti Editrice, 1994) con la prefazione di Dario Bellezza e disegni di Francesco Paolo Delle Noci; “Mutamento” ((Fermenti Editrice,1999) con la prefazione di Mariella Bettarini; “Diario inverso” (Manni editori, 2006), con la prefazione di Marco Guzzi; “L'ospite indocile” (Passigli, 2012) con una nota di Anna Maria Farabbi; il poemetto “Abele” (Ed. Progetto Cultura, Le gemme 2015) con la prefazione di Alessandro Zaccuri; “Le stanze inquiete” (Edizioni La Vita Felice, 2016); “L’ombra dell’attesa” (Macabor Editore, 2018) con la prefazione di Elio Grasso, ristampa revisionata del libro “Verso Penuel” del 2003. Nel 2009 ha pubblicato la plaquette “Favola” (Lietocolle), con acquerelli di Marco Sebastiani. Dal 2014 collabora con le Acquelibere Ensemble con lo spettacolo “Almanacco indocile”.






Dice che non c'è addio nelle asole
e asola allora sia:
poca materia intorno e vuoto.
Sia passaggio e allaccio
sia lo spazio dell'abbraccio
sia pertugio e rifugio
sia il chiuso esposto alla parola.




***




Sommale le storie, fanne cifre aguzze
come gli anni di quelli vissuti
sulla capocchia di  uno spillo;
prendimi il fiato, la rincorsa;
trattienimi dentro silenzi
in ascolto delle radici,
del crescermi dell'anima
mentre scrivo per sapere cosa è natura
e cosa è sostanza e come fa a essere buono
un frutto o un uomo.




***




C'è qui – mentre le voci dei bambini
impollinano il tempo – come una nostalgia
simile a quella che del corpo hanno i morti.
Acqua acqua fuoco fuoco - giocano
a chi trova ciò che è nascosto
un gioco che durerà ancora,
a lungo.




da: "L'ospite indocile" (Passigli, 2012)




***




Si frantuma il tempo quando l’uomo mi racconta del suo male
e chiede perché proprio a me? come se essere me fosse un privilegio,
un sicuro rifugio dagli scrosci del destino.
Ma c’è l’altro che non cede e chiede invece perché a me no?
quale merito o quale predestinata grazia m’avrebbe dato scampo?
Domanda da una ferita che risana il tempo.





***




Mi porta via di qui l’incanto improvviso
e piccolo – da stare tutto nella pupilla -
di palloncini colorati che parlano al vento
del baluginare intontito dell’infanzia.
Pesci, cavalli, conigli, conversano con l’albero
e con la luce, fanno pianure e Antonio,
che poi li legherà ai polsi dei bambini, non ne sa nulla.




***




Perché è nato così? chiede la bambina alla nonna
vedendo un giovane mendicante storpio
accovacciato vicino all’uscita.
Già, perché sono nata così mi chiedo io
che da tempo tento di rispondere a cosa sia la vita,
a cosa significhi amarla,
che provo a farne un grazie stordito ma vivo
e di me faccio sponda accogliente.
Le due si allontanano, attraversano il parcheggio
tenendosi per mano e portando via la risposta
che non ho sentito. Come ognuno porta con sé
il vagito della nascita senza sapere quale parola
in esso si nasconda o ne sia l'eco.
O se sia il sì alla chiamata della vita,
quel sollecito al difficile compito
di morire migliori di come si è nati.




da: "Le stanze inquiete" (La Vita Felice, 2016 )